Continua a piovere. Quella pioggia fine che non sembra ma che ti bagna fin dentro le ossa. Quella che quando hai deciso di pedalare in Irlanda per l’ennesima volta ti aspetti. Quella pioggia che, probabilmente, ti vai cercando perché in fondo ne hai bisogno. Francesco pedala sbuffando, un po’ per la salita e un po’ perché non sa mai come vestirsi nel clima irlandese, anche dopo diversi giorni di viaggio. E’ la nostra routine quotidiana da quanto siamo partiti da Dublino per compiere il periplo dell’isola, una routine fatta di grasse risate, pinte di Guinness, musica, camere d’aria che esplodono e pioggia-vento-sole a ciclo continuo.

Le tende bagnate nelle sacche sulla bici sembrano pesare il doppio del solito e pongono domande infinite sul senso del pedalare in un clima così poco ospitale. Quesiti che, però, trovano puntualmente risposta nella bellezza del luogo e dei suoi abitanti, come ogni viaggiatore sa bene. Chi evita di viaggiare in queste terre per la paura di confrontarsi con il clima non ha idea di quello che si perde.
Mentre la testa vaga come sempre tra passato-presente-futuro senza soluzione di continuità, debitamente aiutata dal movimento ciclico dei pedali, la figura di un altro cicloviaggiatore si delinea davanti a noi in direzione opposta alla nostra. Incontrare un compagno su due ruote carico di borse è sempre un piacere e la smania di conoscere la sua storia (almeno nel mio caso) è qualcosa che devo assolutamente assecondare. Il soggetto in questione si presenta subito come decisamente alternativo.. Mai visto così tante borse su una bici! A malapena riesco a vedere il telaio della sua bicicletta, dalla quale emergono a fatica le ruote e la sella. Tutto il resto è praticamente sormontato da una struttura di borse, borsini e oggetti di ogni tipo. Si chiama Bruno e ci parla un inglese poco comprensibile con pesante accento francese. Sposto la conversazione sul francese e riesco a capire qualcosa di più. Le sue risposte alle nostre domande sono piuttosto vaghe. Ci dice che ha lasciato la Francia diversi anni prima e che ora vaga per l’Europa senza una precisa direzione. Sogna di pedalare gli Stati Uniti d’America un giorno e ha una quantomai curiosa strategia per arrivarci: pensa di guadagnare soldi alle slot machine per acquistare un biglietto per un volo transoceanico in mongolfiera.

In modo un po’ confuso ci parla di luoghi attraversati con la sua bicicletta su e giù per il Regno Unito e la repubblica d’Irlanda. Sembrerebbe in viaggio da un bel po’. Si lamenta della pioggia ma più che altro del vento, con il quale dice di non riuscire proprio a ragionare.. Poiché siamo in mezzo a una strada di grande passaggio, decidiamo di salutare Bruno e ci diamo un simbolico arrivederi a chissà quando e chissà dove (poiché andiamo in direzione opposta come detto).

Contrariamente a ogni logica e in virtù di qualche strano salto spazio-temporale, ritroviamo Bruno alcuni giorni dopo vicino a Galway. Rivederlo è una festa per noi, mentre a lui sembra di vederci per la prima volta. Un po’ mi si stringe il cuore perché inizio a pensare che abbia qualche difficoltà di troppo. Continuo a dirgli che ci eravamo incontrati qualche giorno prima ma lui devia il discorso su altro. E’ incuriosito dalla macchina fotografica che ho al collo così ne approfitto e gli chiedo se posso scattargli qualche foto. Oggi è particolarmente fotogenico: indossa un giubbotto di pelle con le frange e la sua figura è piuttosto indefinibile, a metà strada tra quella di un cowboy e un motociclista di altri luoghi – e forse altri tempi. Sembra uscito da un fotogramma di Blade Runner. Non riesco davvero a capire se venga dal passato o dal futuro. La cosa che mi sorprende di più è che oggi, poiché non piove e non ha addosso la sua giacca impermeabile, vedo per la prima volta il suo collo avvolto da un numero impressionante di catene e pendoli che sembrano d’oro (anche se il coloe bluastro sulla pelle del collo non sembra confermarlo). Mentre preparo la macchina fotografica per fargli qualche scatto, Bruno mi prega di pazientare un momento mentre estrae una coppia di frisbee di diametro leggermente diversi inseriti uno dentro l’altro in senso opposto, come a formare una cuoriosa scatola piatta rotonda. Un disco spaziale. Non senza un po’ di fatica apre quella curiosa scatola di plastica e con mia somma sorpresa estrae un cappello di feltro tutto schiacciato che in un attimo riprende forma. Geniale. Non avrei mai pensato a una cosa del genere per riporvi un cappello. Lo indossa fiero ed è pronto per la foto più curiosa in assoluto di tutti i cicloviaggiatori che ho mai incontrato (e ne ho incontrati un bel po’ in molti anni di viaggi in bicicletta).

Bruno non si ferma all’apparenza del suo look stravagante da centauro post-punk e insiste nel mettersi in posa, contrariamente alle mie richieste. Il risultato è quantomai buffo ma è lo scatto che vuole lui. Prima di salutarci scriviamo sul suo quaderno di viaggio i nostri contatti in Italia e lo invitiamo a passarci a trovare se si dovesse trovare dalle nostre parti. Da lui invece non otteniamo nessuna forma di contatto. Non ha indirizzo fisso, non ha un numero di telefono.
Ci saluta in fretta perché la sera sta scendendo e lui non ama stare in città quando è buio. Ci fa intuire che ha avuto brutte esperienze con qualche malintenzionato e non fatichiamo a credergli. Salta sul suo mezzo e si dirige verso le campagne, dove cercherà ospitalità in qualche fattoria. Bruno ci dà l’impressione di essere una persona pura, quasi un fanciullo nel corpo di un adulto di età indecifrabile. Lo lasciamo andare sperando di incontrarlo nuovamente perché in qualche modo ha fatto breccia nei nostri cuori. Buon viaggio fratello viaggiatore.

Parole e foto di Fulvio Silvestri.