Una calda giornata di luglio, 40° sul ponte di un traghettino per attraversare il lago di Koman. Una guida che conduce un gruppo di ricchi israeliani in un tour in 4×4 ci offre the, biscotti e frutta fresca. Dopo un attimo di indecisione accettiamo e spezzato il ghiaccio gli dico: “Credevo che ci avresti chiesto dei soldi, sai in Italia questa condivisione non è facile da trovare”.

Lui (purtroppo non ricordo il nome e non abbiamo nemmeno fatto una foto insieme) mi risponde con una semplicità disarmante: “In Albania siamo costretti ad essere solidali. Le istituzioni sono cadenti e corrotte, gli spostamenti non sono facili (soprattutto in quelle zone montuose) per cui ci aiutiamo; vi ho visti affaticati sul ponte della nave e per noi è spontaneo aiutare chi è in difficoltà”

Credo sia questo il senso di viaggiare nei Balcani. Scoprire quello che da noi abbiamo perso. In molti avrete già sentito questa storia ma la racconto di nuovo: ci sono capitato per caso nel 2015 correndo la Transcontinental Race. Allora non ho avuto tempio di godere della bellezza di quei posti per la fretta di arrivare a Istanbul e mi si è insinuata la malattia balcanica nel cervello.

La storia che ti raccontano in Italia è che i Bosniaci hanno il coltello tra i denti e gli Albanesi ci rubano il lavoro (anche se in effetti è un po’ passata di moda). La verità è che la cosa più difficile nell’andare in est Europa è superare il pregiudizio di chi ti vede partire. “Ma vai in Bosnia con la tua ragazza? Sei sicuro? Guarda che è pericoloso”

Oltre Trieste c’è un mondo vicino e lontano (scusate il clichè ma è così) di persone pronte ad ospitarti sotto ad un temporale, di montagne sconosciute, di strade bianche. Oltre Trieste ci sono i segni della guerra, da noi dimenticata ma terribilmente presente nelle persone e sugli edifici. E’ tutto lì, compresa la distinzione tra Federazione di Bosnia ed Erzegovina e Repubblica Srpksa; da un lato della strada le case hanno numeri romani, sul lato opposto numeri cirillici. Da un lato della strada Ratko Mladic è un criminale di guerra, dall’altro è un eroe.

Ma non sono un balcanologo, rimango pur sempre ciclista ed il motivo iniziale per cui sono tornato per la terza volta in bosnia e montenegro sono le montagne. Alte, splendide e pelate già a 1400 metri. Distese di campi verdi con pecore e pastori, strade bianche ed il deserto per decine di chilometri. Poi dal nulla sbuca una golf del 1987, generalmente gialla e tu ti chiedi come ha fatto ad arrivare lì. E la domanda non è peregrina perché gli altopiani della bosnia e del montenegro sono una distesa di “nulla” percorsi da un paradiso di strade sterrate (se vi piace in inglese si dice “gravel” e pare faccia più figo) dove molti italiani non andrebbero con la loro Land Rover ma nei balcani si fa di necessità virtù e poi da qualche parte tutte devono essere finite tutte le golf rubate negli anni 80.

Finendo gli sproloqui vi lascio con un paio di liste e di consigli.

Cosa merita veramente

• Tendenzialmente tutto

• Le montagne a sud di Sarajevo, Bjelasnica Vrh e Lukomir

• Il parco nazionale di Sutjeska bellissimo ovunque. Da non perdere lo Spomenik di Tjentiste

ed il monte Zelengora circondato da laghetti (su tutti l’Orlovatcko Jezero) dove fare campeggio libero senza bere acqua dalle sorgenti perché io ho preso dei fantastici vermi intestinali.

• La valle del fiume Tara

• Durmitor

• Gli altopiani tra Zabljak e Kolasin

Come affrontare il viaggio in bikepacking (e sopravvivere)

• Borse da bikepacking resistenti. E’ fondamentale avere le sacche stagne perché i temporali sono frequenti anche d’estate.

• Se affronterete il viaggio in gravel montate copertoni dalle spalle solide. Le strade sono fantastiche ma pietrose e le discese spesso lunghe e molto veloci. Con la bici a pieno carico una gomma troppo leggera soffre e si distrugge (non fate come me insomma).

• Per lo stesso motivo portate una bella scorta di camere d’aria. Per trovare delle camere da 28 con valvola Shrader abbiamo camminato 20 km e girato 5 negozi di bici a Sarajevo. Vi lascio immaginare nelle altre città quale possa essere la fornitura.

• Il campeggio libero è ben accettato. Basta chiedere il permesso alle persone se siete in proprietà privata o ai ranger dei parchi. C’è anche qualche campeggino nelle zone più turistiche.

• Per dormire in tenda servono un sacchi a pelo pesanti. In montagna la temperatura scende spesso sotto i 5 gradi. D’altra parte è montagna.

• Portate un fornello multifuel che bruci benzina se volete mangiare qualcosa di diverso da Cevapi e grigliate. I negozi di campeggio non esistono e le bombole che si trovano sono solo Campingaz senza attacco a vite.

Non vi dico altro tanto ormai siamo tutti bikepackers professionisti ed il resto lo saprete meglio di me. Lasciatemi però ringraziare:

• 3t Bike

• Legor Cicli

• Miss Grape Bikepacking

• Rene Herse France / 211 Cycles

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FOTO E TESTI DI NICCOLO’ VARANINI