Qualche ora di aereo, taxi e bicicletta e ci ritroviamo, in meno di mezza giornata, da una grande città italiana ad un’ampissima distesa di colline sassose in un altro continente.

Il contrasto è così netto.

Guardandosi intorno tutto è nuovo, ma questo tutto è fatto di niente.
Un luogo non luogo, dove regna solo il rumore del vento e il picchiare del sole.
Siamo elettrizzati, eppure, a tratti, sento nello stomaco una sensazione sorda, mi ricorda che non sto guardando su uno schermo uno dei soliti video.

“Sono qui, fisicamente, 
in mezzo a tutto questo niente che mi riempie gli occhi.”

É una sorta di allarme che mi ricorda di stare attento ma di godermi tutto. Continuo a ridere e me lo tengo per me, sicuro che anche gli altri stiano sperimentando qualcosa di simile.

La sveglia alle tre per prendere l’aereo comincia e farsi sentire, sicuramente la stanchezza amplifica la sensazione di straniamento.
Non vediamo persone o animali da ore, il telefono non ha campo. Per sottrarci al vento che sferza il paesaggio, abbiamo piantato la tenda e cucinato la cena in un buco incavato nel fianco di una collina.

L’unico svago che possiamo permetterci prima di crollare nel sonno è arrancare fino in cima alla collina per goderci gli ultimi raggi di sole.

Dietro la collina ci sono solo altre colline, brulle e roventi di tramonto, il vento tira forte e il cappuccio della giacca sbatte rumorosamente rendendo difficile riuscire a sentirci mentre proviamo a chiacchierare.

Finisce che restiamo in silenzio a guardare l’orizzonte. È un momento così semplice che è perfetto, non mi serve nient’altro. Forse una birra fredda.

Picchietto ripetutamente il dito sullo schermo. Nessun risultato, un nero omogeneo che sembra prendermi in giro. Tengo premuto con più energia del necessario i pochi tasti dello smartphone ma ancora nulla, lo sento bollente tra le mani e lo ripongo arrabbiato. Vada per il Garmin, pedaliamo sereni lungo un’evidente pista fino ad un bivio.

Prendiamo a destra, ma è sbagliato, torniamo indietro e proviamo a sinistra, anche stavolta l’indicatore si distacca progressivamente da quella lineetta colorata che ci dà tanta sicurezza, torniamo indietro ancora.

La traccia sta esattamente nel mezzo delle due opzioni.

Siamo atterrati ieri e abbiamo già un telefono fuori uso, che anche da acceso non aveva ricezione, e un Garmin che ci intima di inerpicarci su un ripido crinale. Sono le nove di mattina e picchia già un sole tremendo che ci spinge a riflettere sul worst case scenario: persi in mezzo al nulla, senza possibilità di comunicare, con poco più di un litro d’acqua a testa.
Osserviamo il paesaggio con calma, la forma delle colline e delle linee sullo schermo, ne discutiamo un po’ e imbocchiamo a sinistra.

Finisce che era la strada giusta.
E il telefono a metà giornata è risorto.

Qui è tutto terribilmente secco.

I sassi sono ovunque, grossi e dal profilo spigoloso, perfetti per squarciare una gomma. Via via più piccoli, formano uno strato instabile in cui le ruote affondano.
Conduco la bicicletta come fosse un cavallo selvatico, indirizzandola con decisione e limitando i danni quando decide di andare dove vuole lei.
Sul lato destro della strada c’è un salto di qualche metro e al di sotto una ripida scarpata che fa decisamente venire voglia di andare piano e non sbagliare le curve.

Ogni tanto vedo qualche minuscola pianta, secca anche lei, e irta di spine.
O qualche fiorellino che, per non esagerare, è della stessa tinta gialla del terreno. Tutto è secco, eppure di acqua qui ne deve passare tanta, o ne deve essere passata.

Le valli sono palesemente scavate da fiumi invisibili, la strada stessa in alcuni punti è spazzata via dalla forza di ipotetici torrenti che scorrono in profondi canyon. Superare questi ostacoli è esaltante solo al primo incontro, dal secondo in poi è solo una seccatura, la bici pesa sulle spalle, le scarpe slittano sulla ghiaia.

Oltre al solito caldo infernale.

Comincio a pensare che il gravel sia sopravvalutato e che l’asfalto in fin dei conti non sia così male. O potevamo anche andare al mare.

 

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