Di fango, sudore, argini infiniti, pioggia e noia
di Davide Stanic

Il ciclismo è sport semplice, quasi banale. Vince chi spinge più forte più a lungo. È sport di strada. È sport di sudore. E a condire certe corse, qualche volta, ci si mette la pioggia. Un sacco di pioggia. Così quando le ruote rotolano tra erba, terra e ghiaia è inevitabile che in bocca si mischino i sapori del sudore, del fango, della sabbia e delle lacrime. Perché accade che gli occhi non riescano più a trattenerle. Troppa fatica. Troppa emozione tutta insieme.
E tutto questo sarebbe accettabile se non ci si mettesse di mezzo pure la noia. Quella proprio no, basta. Ho passato una vita in sella, a martoriarmi il sedere su strade fantastiche e altre talmente schifose da farmi bestemmiare.
Ho perso il conto delle ore sui rulli. Quella sì era e continua a essere una tortura. Ma non centra la noia. Dipende dal fatto che sui rulli si spinge davvero. Perché provate a fare le ripetute fuori soglia in strada. Vomiterete ma nessuna auto vi travolgerà o rischierà di farlo. E non ci saranno selvatici a finirvi tra le ruote. O buche così profonde da finirci dentro per uscirne a pezzi con le ossa frantumate. Sui rulli sputi l’anima. Non è divertente. È solo dannatamente doloroso.
La noia di cui parlo è peggiore.
È quella che ti prende su un argine lungo e dritto, con la nebbia che si alza dal mare a sinistra o a destra, fa lo stesso, e i campi di inizio autunno, con le terra ancora da girare e rigirare.
Uccelli che volano bassi o che becchettano qua e là. E la sosta appena fatta, dove hai mandato giù un boccone e un sorso di vino, invece di scaldarti ti sta congelando.
I compagni d’avventura sono perdutamente assorti nei loro pensieri. E distoglierli sarebbe una violenza insopportabile, più della noia che ora ti fa sbuffare e cercare, nel vuoto della mente che sei riuscito a creare, un punto fisso verso cui indirizzare briciole di energia sopravvissuta. Non ci riesci, non sei più così bravo da uscire dal tuo corpo e guardarti da fuori, lasciando tutta la fatica su quel concentrato di molecole vive e sentirti leggero.
Chiudi gli occhi un istante e respiri. Il cuore rallenta in modo quasi impercettibile. Si tratta di qualche battito appena, nulla di più.
Una goccia di sudore precipita su una scarpa. Decidi di concentrarti sui piedi. Togli peso dalla suola. Li immagini galleggiare nelle tomaie.
Muovi le dita e poi le immagini fluttuare.
Rilanci. E dopo due chiacchiere che ti riportano nel mondo dei vivi, sotto un diluvio universale, puoi frenare. Scendi di sella, appoggi la bicicletta dopo averle fatto una carezza.
Allunghi i muscoli della schiena che porta i segni di tante battaglie. Massaggi per un istante le ginocchia martoriate. Ed entri nell’ultimo rifugio, accolto da volti amici e sorrisi.
Un’altra giornata a pedali conclusa. E d’improvviso la pioggia non la senti più.
Tutto il resto è, come sempre, osteria.
O Taverna.