Guida per Caso: in viaggio con Dino Lanzaretti

Per molti anni ho rincorso la pretesa di diventare un buon alpinista.

M’intrufolavo in ogni scalata di un certo tipo barattando la mia inesperienza con la mia forza. Ero sempre dietro a tutti, ma portavo i carichi più pesanti. Seguivo le orme di quelli avanti a me e per qualche anno il gioco funzionò fino a quando provai ad alzare l’asticella.
Adesso non essere mai stanco contava molto poco, ora dovevo essere certo che quei due millimetri di rampone dentro al ghiaccio mi avrebbero sostenuto, che la lamina degli sci non mi avrebbe tradito, che sarei sopravvissuto a trenta metri di volo perché legato. Privo dell’imprinting del vuoto e incapace di colmare le mie carenza tecniche, era un viaggio nelle angosce ogni volta che la pendenza aumentava.
Ero arrivato alla consapevolezza dei miei limiti mentali, andare oltre avrebbe voluto dire giocare nella squadra degli altri solo perché avevo rubato la loro maglia dagli spogliatoi.

La mia storia non veniva da chiodi e ghiaccio, avevo messo gli sci per la prima volta quando gli altri già volavano sulle piste, tiravo un 6A a bestemmie e la paura di cadere era più forte del desiderio di salire.

Al tempo vivevo in alta montagna ed era come essere nato a Rimini e non sapere nuotare.
Guide alpine e atleti formidabili erano la mia famiglia, non parlavo la loro lingua ma li ammiravo infinitamente. Il loro coraggio, la determinazione negli allenamenti, la gioia che provavano nelle loro imprese e i loro racconti, avevano ispirato la mia scelta di osare le cime.

Ok, non ero progettato per andare in alto, ma perché non in lungo? Fu uno di loro che mi buttò lì l’idea di rimanere a raso terra ma andare lontano. Al tempo non esisteva il cicloturismo, giungevano poche notizie d’oltralpe di gente in sandali con il calzino che facevano le vacanze in bicicletta. Qualche vola avevo letto sui giornali di alcuni italiani che pedalavano in luoghi che manco avevo sentito il nome. E se ci fosse tutta la poesia e la potenza delle vette anche sulle strade di paesi ignoti? Questo pensiero mi sollecitava non poco e da un rapido controllo sulle paure pareva privo di istanti drammatici e non c’era ancora una maglia da rubare.

Ci sarebbero voluti ancora dieci anni prima dell’avvento di Google Earth, non avevo un indirizzo internet e i Travel blogger dovevano ancora essere biologicamente concepiti. Avevo però una montagna di libri e le cartine stradai del mondo scala 1 a 2.000.000, il materiale primordiale che avrebbe fatto nascere la voglia di viaggiare a qualsiasi ragazzo dell’epoca.

Se toglievo i fricchettoni che viaggiavano in India l’unica specie che migrava così lontano erano gli alpinisti e io ci vivevo in mezzo. Loro mi raccontavano di spedizioni in Sud America, sull’Himalaya, nelle isole dalle pareti sul mare ai ghiacciai immensi come continenti.
Mondi, appunto sconosciuti, ad un giovane di periferia cresciuto tra bar tristi e balere di Domenica pomeriggio.

E venne il giorno che scendemmo dai monti fino a Riva del Garda e il più forte di tutti mi regalò una bicicletta per il mio compleanno. Da non andarci a prendere manco il pane in fondo alla strada da quanto era vecchia, ma chi l’avrebbe mai immaginato che il fornaio fosse così tanto lontano?

Senza i social la fantasia era la divinità assoluta che dettava le gesta degli uomini, ma pretendeva coraggio e parecchio. Ora avevo un bici, tanta curiosità e un pò di ardore lo avevo imparato, appeso con le dita a strapiombi terrificanti. Avrei potuto osare.

Un biglietto per l’Asia, uno scatolone e un passaporto quasi intonso, erano i miei bagagli sul volo che mi avrebbe portato in un mondo che potevo solo immaginare, di cui non sapevo nulla, che avevo la folle pretesa di esplorare in lungo e in largo sopra la sella di una bicicletta, io che in bici non ero andato mai.

Al primo giro di pedali, sotto il sole dei tropici, mi pareva di fondere, non sapevo dove sarei arrivato ne tantomeno per che rotta. Però stavo facendo fatica come quando scalavo le montagne, sentivo il piacevole benestare dei muscoli e le endorfine, godevo dell’esaltante sensazione di meritarmi dov’ero, come sulle vette, ma qualcosa di meraviglioso mi convinse che quella cosa lì era ciò che avrei voluto fare nella vita: era tremendamente facile.

Un totale neofita stava affrontando salite roventi in mezzo ai tropici trascinandosi dietro cibo e vestiti per giungere al villaggio dopo di cui ignorava perfino il nome. E nel mentre veniva travolto da uno tsunami di vita, di gente, di sguardi curiosi che troppo spesso si trasformavano in inviti a pranzo o a cene con pernotto.

In poche settimane passai dall’impormi la fiducia dei millimetri di ghiaccio sotto alle punte dei ramponi, all’affidarmi totalmente all’umanità che incontravo per strada. Come quei puristi dell’arrampicata che a martellate staccano i chiodi sulle vie più belle per renderle vergini di nuovo, io ora mi muovevo tra i primordi della mia coscienza per sbarazzarmi a forza di ogni pregiudizio piantato per sentirmi più sicuro. Quell’istinto per il verticale che avrei voluto un sacco possedere aveva fatto largo alla mia naturale propensione al fidarmi del prossimo.

Buone gambe e questa nuova sensazione di sicurezza, unite alla sempre più irrefrenabile curiosità, spinsero quel ragazzetto inesperto a percorrere migliaia di chilometri superando confini di paesi di cui fino poco tempo prima ignorava l’esistenza.

Una spinta con una gamba e poi con l’altra, disarmante dalla semplicità e sconvolgente per lo stupefacente in cambio. Non importava quanti chilometri al giorno, non importa fino a dove, bastava salire in sella e andare. Era come fare zapping alla tv sapendo che ci si sarebbe imbattuti di sicuro in un film di Mastroianni. Solo il termine dei dollari mise un freno alla distanza percorsa e da quel giorno li collezionai solo per investirli ancora in strade.

Per indole arrivò il momento di alzare finalmente l’asticella come successe per le montagne e ci fu un’esponenziale aumento del divertimento. Tibet, Medio Oriente, la Cina, le Americhe, l’Africa e perfino la Siberia in inverno.

Sia chiaro che non ho sconfitto quella paura che mi relegava a gradi ridicoli d’arrampicata, ma ci ho trascorso un gran bel pò di tempo assieme e mi ha fatto compagnia nelle savane, in carcere, nei deserti più desolati, sotto la mira di armi da fuoco, e alle temperature più basse del pianeta. Alla fine siamo diventati complici perché la invito solo dove cucino io e scelgo accuratamente i commensali, rigorosamente al piano terra.

Oggi mi definisco un “paraculo”, perché ho ottenuto risultati divertentissimi con immensa facilità, ma sto combattendo da sempre contro la sindrome dell’impostore, che mi fa scrivere “divertentissimi” piuttosto che un’aggettivo comparativo.

Però, a quel tavolo di venti anni fa, circondato da alpinisti fortissimi, adesso esibisco la mia maglia da guida di cicloturismo che non ho rubato a nessuno. E questo è bello!

 

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