Tutto inizia così, bastano poche parole. 

– Dario! A febbraio ho una settimana di ferie, avrei voglia di fare un giro, riesci? Facciamo?

-Mmmh febbraio…la vedo dura…! beh, sai cosa ti dico…Vacca Boia, andiamo!

Dopo qualche discussione a base di birra, la scelta cade sul Marocco, e da quel momento subentra la voglia di viaggiare, di pedalare, di sentirsi liberi, e già questo basta per metterci il classico sorriso ebete stampato in faccia, senza mai pensare a nient’altro!

Per il percorso prendiamo spunto dalla traccia del Naturaid 2017 – modificandola secondo le nostre esigenze e in base al tempo a disposizione – pensata e collaudata dal mitico Maurizio Doro, un itinerario tra i più duri e selvaggi da lui creati, interamente nella catena montuosa dell’Alto Atlante.

Nei 600km da noi scelti rimarremo spesso e volentieri sopra i 2000 metri di altitudine; ma noi siamo i Ruji, quindi che problema c’è?

Anzi, la voglia di partire e di pedalare va a braccetto con la voglia di avventura: quindi più complicato è, meglio è.

L’arrivo a Marrakech ha un’impatto notevole: è un formicaio in piena anarchia! Recuperati gli scatoloni delle bici contrattiamo il costo di un taxi per arrivare a Demnate, partenza e arrivo del nostro viaggio a pedali. Il titolare della Gite si dimostra una persona squisita, disponibilissima e ci mette subito a nostro agio. La sera la passiamo a montare e allestire le bici, la tensione si sente a ogni respiro.

La sveglia suona, colazione abbondante e carichi come catapulte arriviamo alle 7.00 del mattino, l’ora della partenza, con 25kg di bici, la speranza di aver pensato a tutto e con un brivido lungo la schiena. Il primo colpo di pedale libera tutta l’adrenalina accumulata e si parte: il mio sguardo incrocia quello di Dario, e mi rendo conto che entrambi abbiamo quella luce negli occhi che racchiude tutta la purezza della felicità. Ci scappa un sorriso vero, sincero!

Subito quella terra straniera ci fa capire che non saranno giorni facili, un’immediata salita con un fondo stradale in continuo mutamento tra sabbia, terriccio, buche, ghiaia e ciottoli si alterna costantemente metro dopo metro. I camioncini che incrociamo sono proprio quelli delle fotografie, carichi oltre ogni limite e con una coda infinita di polvere; la gente saluta, tutti salutano, tutti salutano tutti, con ligio rispetto.

Si comincia a sudare, arriva il fiatone, si fa fatica, il peso della bici si fa sentire, la polvere, il caldo, l’aria, la salita, e la strada che pretende costante concentrazione. Un turbine di sensazioni che solitamente vanno strette al ciclista, ma basta alzare lo sguardo, girare gli occhi, inalare i nuovi odori, osservare i nuovi colori e tutta quell’oppressione svanisce, e i chilometri passano, i paesaggi mutano costantemente, coltivazioni di tè e insediamenti berberi si fanno sempre meno frequenti.

Si comincia a fare sul serio, rocce e pendenza sembrano andare d’accordo per sfavorire i colpi di pedale, ma già in quel momento le nostre menti hanno sopraffatto le difficoltà, e ci si sente liberi, semplicemente liberi! Una sensazione così appagante che sovrasta ogni difficoltà fisica e mentale.

Ad ogni sguardo io e Dario ci vediamo felici, in quegli istanti niente ci avrebbe fermati.

La sera arriva così velocemente che è quasi un peccato fermarsi, dopo circa 95km, a Tabant, in una Gite segnata sulla traccia, ma nel momento in cui ci si ferma si capisce che il carico di emozioni, di cose viste e persone incrociate è difficile da digerire, troppe informazioni da immagazzinare.

Abbiamo incrociato pastori, bambini e donne durante tutta la strada, e una sola vera cosa è rimasta impressa ad entrambi: nonostante la loro vita povera, nonostante l’ambiente ostile e selvaggio che li circonda, non abbiamo mai incrociato uno sguardo triste, un’osservazione che varrà dal primo all’ultimo giorno. Troviamo gente gentile, rispettosa e disponibile, un’ospitalità unica!

Giorno dopo giorno vediamo paesaggi indescrivibili, fortunatamente la macchina fotografica ci aiuta a ricordare, perché l’Atlas è indescrivibile, cambia colore ad ogni curva, ad ogni altitudine ha una diversa morfologia, dal versante nord a quello a sud cambia faccia, sembra di stare in due ambienti diversi, dalle continue sfumature di verde, con coltivazioni di tè e villaggi berberi, al secco arido di roccia rovente e i villaggi di case di fango lungo i miseri percorsi d’acqua.

Questo viaggio si dimostra ben al di sopra delle aspettative, ma ci rendiamo conto che i 600km in 5 giorni che ci eravamo prefissati non sono fattibili, e non perché non siamo preparati, non perché non ce la facciamo, ma perché è un ambiente che ti obbliga ai sui ritmi: tutto quello che ci circonda, il fondo stradale, la natura, la gente, tutto ti obbliga a viverli, a respirarli, a godere di quel poco che ti possono dare, ma che ha un’importanza fondamentale.

Km dopo km si impara a capire il territorio e impariamo a gestire le pause per mangiare qualcosa, per trovare della frutta secca e soprattutto acqua potabile, ad ogni occasione si riempiono le borracce e si mangia qualcosa. Ad ogni villaggio anche, il più piccolo, si ha modo di mangiare e trovare rifornimenti. Solo nelle zone più in quota non si trova nulla, ma anche se spersi negli angoli più remoti dell’Alto Atlante, si sopravvive.

Noi abbiamo comunque con noi il necessario per cucinare e dormire: fornello, pentole, posate, tenda, materassino e sacco a pelo, il kit del bikepacker, e ovviamente le nostre Cutthroat, che ci hanno fatto sentire a nostro agio nonostante  fossero cariche come muli e che non ci hanno fatto desiderare altra bici: a parer mio, l’adventure bike per eccellenza.

E così è stato anche quando, il secondo giorno, a meno 6km da Anergui, la nostra meta giornaliera, dopo 90 km difficili, 30 dei quali immersi in una gola straordinaria, nonostante un vecchio pastore berbero ci fermi e cerchi di dirci qualcosa, ci troviamo di fronte a una frana che blocca letteralmente ogni passaggio della gola; dopo una prima perlustrazione a piedi non ci rimane che caricarci le bici in spalla e affrontare l’ignoto: anche in questo caso le nostre Salsa si sono fatte pedalare facilmente facendoci superare lo sforzo fatto e lasciandosi guidare fino alla Gite dove dovevamo pernottare.

Il terzo giorno è quello più difficile per altimetria, partendo da subito con 1700mt D+, che si dimostrano però più semplici del previsto: il fondo stradale è asfaltato o di ghiaia, ma ben tenuto, e ci facilita molto le cose. Le prime ore della giornata passano in fretta, ci rilassiamo nonostante la salita, ci godiamo i panorami e il viaggio senza difficoltà: cavoli che meraviglia!

Maciniamo km senza rendercene conto e incrociando pochissime persone: siamo nel cuore del High Atlas a metà della traversata. La sera pernottiamo a Agoudal, nella Gite più alta in quota dell’Atlante, a 2500mt, tappa obbligatoria per la traversata. Sulla porta d’ingresso un numero imprecisato di adesivi dei vari eventi passati di li: moto enduro, fuoristrada e anche quella del nostro Maurizio Doro, che raffigurava lui, forse nei primi anni ’90, con una mtb in acciaio con ruote da 26’ e un zaino da trekking sulle spalle: un’eroe!

La sera ci regala una stellata incredibile, la via lattea si può toccare con un dito, da bocca aperta; la migliore sensazione di libertà.

Il mattino seguente, a causa di un’incomprensione con il ragazzo della Gite,  partiamo alle 5.30 senza colazione. I primi colpi di pedale ci fanno subito assaggiare il freddo pungente dell’alta quota, -5° forse anche meno, la prima parte tutta in discesa, vestiti con tutto quello che avevamo, il freddo ci colpisce soprattutto le mani, che proprio non si scaldano, e non vediamo l’ora di iniziare la salita, una salita che ci porterà a superare l’ultimo passo, oltre i 3000mt.

Il sole comincia a fare capolino e baciati dai primi raggi ci concediamo un tè con i biscotti: 15 minuti di pace e ristoro mentale prima della salita finale, una colazione coi fiocchi, grazie al fornelletto e a un fuoco acceso con pochi rami secchi.

Dopo svariati km di salita, arriviamo in cima quasi all’ora di pranzo e rimaniamo incantati a guardare lo spettacolo alle nostre spalle. Appena superato il pianoro in quota rimaniamo imbambolati per quello che ci spetta: 20km di dolce discesa che ci porterà fino alle gole di Dades, regalandoci un panorama sempre più incredibile, metro dopo metro, così vasto e imponente che sembra poterlo toccare con un dito, ma che in realtà ti fa sentire così piccolo e vulnerabile di fronte alla forza della natura, capace di creare un dipinto così spettacolare.

Da lì in poi tutto sarebbe stato in discesa, nel vero senso della parola: con l’arrivo alle gole la traversata ed il nostro viaggio possono dirsi conclusi. L’ultima notte a pedali la passiamo in un camping a Tamellalt adiacente alle gole di Dades, sapendo che il giorno dopo affronteremo gli ultimi 100km in bici per spostarci a Skoura, dove prenderemo un taxi per tornare a Demnate, alla Gite dove ebbe inizio il nostro viaggio.

La decisione di arrivare a Skoura la prendiamo strada facendo.

Da non sottovalutare il viaggio di ritorno a Demnate in taxi, 5h30’ di curve, salite e discese immersi nell’Atlas, praticamente un’altra traversata. 

L’unica cosa che un po’ rimpiango è il tempo: avrei voluto più giorni, per poter portare a termine la traccia che ci eravamo prefissati, ma so che anche se fossero stati 7, 10 o 15 gg, nel modo in cui abbiamo vissuto questa esperienza sarebbero sempre stati pochi, perché è stato proprio il viaggio che non ti aspetti.

Non per ultimo, capisco quelli che si innamorano del Marocco dopo averlo vissuto, e mi ritengo fortunato di farne parte, perché non l’ho solo visto.

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