dicembre 2019 – gennaio 2020

La nostra avventura in bici più recente parte da un sogno un po’ romantico: raggiungere la cima del vulcano più alto del mondo, nonchè seconda montagna più alta del continente americano, partendo in bicicletta dalle coste dell’Oceano Pacifico, tutto con le nostre gambe. Il vulcano si chiama Ojos del Salado, alto 6891 m, e si trova nel nord del Cile, al confine con l’Argentina.

In realtà non è stata una “prima volta”, in passato abbiamo salito varie cime delle Ande con questo tipo di approccio, che ci è sempre piaciuto molto, visto che unisce le due nostre grandi passioni, il cicloviaggio e l’alta montagna.

Come sempre, ci organizziamo in autonomia. Unica novità è la compagnia di un amico carissimo, Mirco, che aveva come noi questo sogno in testa da tempo.

I preparativi sono abbastanza complicati: mettere insieme attrezzatura da bici e da alta quota, rispettando i limiti di peso e di ingombro che le compagnie aeree impongono, non è facile. Nel viaggio di andata fila tutto liscio, dopo un po’ di insistenze di Mirco al check in per far accettare la bici (nonostante rispettasse le condizioni previste); al ritorno sempre Mirco è più sfortunato, non riuscendo ad avere la meglio contro un dipendente Air France a Santiago che gli estorce 200 euro per il bagaglio speciale (100 per la bici + 100 per 2 kg in più dei 23 consentiti). Accidenti, questa incertezza sulle condizioni contrattuali trasporto bagaglio continua ad assillarci…

Da Santiago raggiungiamo Copiapò, nostra città di riferimento, con un lungo viaggio in autobus. In questo caso nessun problema a caricare le bici, si paga un sovrapprezzo, rigorosamente da contrattare.

In questa sonnacchiosa città, capoluogo della regione “Atacama”, troviamo un alberghetto comodo e finalmente tiriamo fuori le bici dai cartoni: sono tutte intere, e questa è la cosa più importante!

Il territorio che dobbiamo attraversare è pieno deserto: non un deserto di dune, ma di montagne di rocce e sabbie di origine vulcanica, ai confini del deserto di Atacama, uno dei più aridi del pianeta.

C’è un bella raccolta di racconti del tanto amato Sepulveda, “Le rose di Atacama”, che si ispira ai rarissimi momenti in cui le piogge fanno letteralmente esplodere la fioritura di piccole piante che altrimenti restano a riposo sotto la sabbia.

Nei mesi precedenti avevamo letto ogni possibile relazione di ciclisti e avevamo capito che non potevamo avventurarci sperando di trovare qualche rigagnolo; per di più la poca acqua che si può incontrare è quasi sempre contaminata da metalli pesanti, visto che la zona è ricchissima di miniere. Allora già da casa avevamo cercato una agenzia specializzata in spedizioni alpinistiche che ci portasse acqua e cibo in un paio di posti lungo il percorso.

Sistemata la logistica, da Copiapò ci spostiamo in autobus sulla costa, a La Caldera, che dista solo una ottantina di km, e finalmente iniziamo a pedalare!

La nostra direzione è quasi perfettamente est e scopriamo subito che questo comporta un enorme vantaggio: dall’oceano spirano venti regolari da ovest verso est che rinforzano da metà giornata fino al tardo pomeriggio, per poi calare a sera. Che dramma se avessimo dovuto pedalare in direzione opposta!

Per dare un’idea del livello di vuoto totale che si attraversa, pensate che alla periferia di Copiapò numerosi cartelli mettono in guardia gli autisti: prossima stazione di servizio a 480 km, a Fiambalà, primo paese in Argentina!

In tutto il percorso di avvicinamento alla montagna troviamo solo due luoghi abitati: una locanda gestita da una famiglia indigena, in una sorta di mini oasi, e il posto di controllo doganale! La dogana è un luogo surreale, che ci ricorda il romanzo di Buzzati “Il deserto dei tartari”: una struttura enorme, da cui passa il pochissimo traffico verso l’Argentina, con un piccolo ufficio dei Carabineros de Chile dove dobbiamo mostrare il permesso di salita alla nostra montagna, che il governo cileno ci aveva rilasciato via mail in modo gratuito e con una rapidità stupefacente, altro che burocrazia italiana!

Il percorso si snoda in mezzo a un paesaggio maestoso e stupefacente, con montagne multicolori per i diversi minerali che contengono, rarissimi rii che scendono dai nevai presenti ormai solo a chiazze sulle cime che superano i 6000 metri, una vegetazione pioniera fatta da radi ciuffi di erbe, un bellissimo lago, chiamato Laguna Verde sulle cui rive qualche vigogna bruca qua e là… un ambiente così arido e severo può incutere timore, ma per noi la sua bellezza primordiale e la sua “selvaggezza” minerale sono fonte di grande meraviglia e di appagamento degli occhi e del cuore.

Il traffico sulla strada è davvero minimo: la maggior parte dei pochi mezzi che passano sono i pick up, tutti rigorosamente di colore rosso, dei tecnici delle miniere dove si estrae oro o rame, anche ad altitudini stratosferiche.

Spesso gli autisti si accostano per chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa, e più di una volta accettiamo loro offerta di acqua!

Le notti in tenda sono dominate dal silenzio totale e dalla luce della luna e delle stelle…

A Laguna Verde ci sono alcune pozze di acqua calda naturale che ci permettono di fare gli unici “bagni” di tutto il viaggio, veramente un regalo della natura vulcanica di questo territorio.

Qui incontriamo finalmente un po’ di altri viaggiatori, alcuni diretti come noi all’Ojos del Salado, per la maggior parte organizzati con agenzie turistiche, altri semplicemente in giro per il grande nord cileno.

Sulle rive della laguna, a circa 4300 m, c’è un rifugio che non è altro che una vecchia baracca, in pessime condizioni, che offre qualche branda, una stanza con un tavolo ed incredibilmente anche una pozza di acqua calda al coperto. Abbiamo previsto di rimanere qui qualche giorno per acclimatarci, per cui approfittiamo dell’ambiente riparato del rifugio per preparare da mangiare senza il fastidio del turbinio del vento o del sole cocente.

Per acclimatarci bene dedichiamo una giornata a salire la montagna che incombe sulla laguna, il Cerro Mulas Muertas, 5908 m. Sono molte le montagne intorno che attirano la nostra attenzione, parecchie superano i 6000 metri, ma scopriamo che non è così banale salirle perché richiedono un lungo avvicinamento su fondo sabbioso, senza veri e propri sentieri.

Da Laguna Verde usiamo per l’ultima volta le bici per raggiungere il vicino rifugio Murray, a quota 4500 m. Questo è un rifugio più grande, utilizzato come base dal Soccorso Andino, ma sempre non gestito, di libero accesso. Da qui il profilo della “nostra” montagna si staglia imponente sull’orizzonte!

I nostri piani teorici prevedono di salire ancora con le bici al campo “Atacama”, vero e proprio campo base dell’Ojos, ma un tentativo di Mirco di pedalare sulla strada sabbiosa smonta subito ogni velleità.

Una guida di uno dei gruppi organizzati ci aveva peraltro già messo in guardia: il fondo della strada in questi ultimi tempi è particolarmente incoerente a causa della lunga siccità.

Lasciamo allora le bici qui, dopo 365 km di pedalata, legate nel magazzino aperto del rifugio, insieme a tutto il materiale che non ci serve per la salita.

Può sembrare un po’ incauto abbandonare materiali in un posto incustodito, ma l’esperienza è stata positiva: abbiamo ritrovato ogni singolo pezzo al rientro.

Organizziamo gli zaini con tutto quello ch ci può servire per la salita; carichi come asini, o meglio come lama, affrontiamo gli infiniti 21 km che ci separano dal campo Atacama, quota 5300 m.

Il percorso coincide con una sorta di strada, aperta con la ruspa, che viene normalmente percorsa dai mezzi fuoristrada. Siamo gli unici a piedi, autonomi, e quando arriviamo al campo base veniamo salutati con grandi complimenti!

Qui troviamo la scorta di viveri e il sacco con gli scarponi da alta quota che l’agenzia ci ha portato, ma non c’è verso di trovare l’acqua promessa: momento di panico, superato presto dal ritrovamento di alcune bocce d’acqua lasciate da una precedente spedizione. Evviva!

Il clima al campo è molto collaborativo, ci sono “andinisti” di varie parti del mondo, alcuni sono clienti di guide, altri indipendenti, tutti comunque un po’ curiosi e sicuramente gentili nei confronti di tre stravaganti come noi che arrivano direttamente dall’oceano! Insomma, con grande piacere accettiamo l’offerta di un piatto di verdure cucinate dai cuochi delle spedizioni, che riescono a fare miracoli nello spazio super ristretto di un container chiamato “Refugio Atacama”, dove bisogna fare a turno per fare da mangiare.

Facciamo ancora una salita di acclimatamento, purtroppo poi, il giorno in cui iniziamo la salita alla vetta, noi due non ci sentiamo troppo in forma e così ci fermiamo a quota 6500 m, lasciando il fortissimo Mirco a raggiungere la cima a nome di tutti e tre!

Non possiamo negare che siamo rimasti un po’ delusi per non aver posato la classica ciliegina sulla torta, ma se pensiamo all’esperienza che abbiamo vissuto non possiamo che essere contenti, tanto più che non siamo più dei giovincelli…

La nostra mini spedizione a tre ha funzionato benissimo: accomunati dallo stesso spirito nel vivere il viaggio e la natura, ci siamo organizzati le giornate in modo da rispettare le differenti capacità atletiche e siamo riusciti a condividere in armonia tutto il resto.

La natura ci ha regalato emozioni grandissime e gli incontri con altri umani, pochi in termini di quantità, sono stati sempre all’insegna della disponibilità e della gentilezza: proprio vero che quando ci si trova ad affrontare le esigenze basiche della vita, immersi in una natura così essenziale, ci sente tutti fratelli e si tira fuori il lato più umano e sociale del nostro essere.

di Grazia Franzoni e Marco Berta (Savona)

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